
Non vorrei entrare nella polemiche e nel grande frastuono mediatico dato ai morti e ai sopravvissuti delle recenti tragedie in Himalaya e sulle Alpi. Confesso però di essere rimasta colpita dalle statistiche: il 25% di coloro che scalano la vetta del K2 muoiono, in genere durante la discesa. Credo sia la stessa percentuale di “insuccesso” di chi tenta il suicidio. Prima di riuscirci ci prova diverse volte. Come dire che la scalata del K2 è un tentato suicidio che una volta su quattro riesce. Mi scusino gli alpinisti, niente di personale o di volutamente provocatorio. Anch’io ho fatto a suo tempo il mio bravo corso d’alpinismo, sono salita in vetta al Bianco come massimo exploit e poi ho deciso che mi piaceva di più viaggiare e guardare le montagne da sotto che salirci sopra (forse ha giocato anche la pigrizia…).
A ognuno le proprie passioni.
Un’ultima riflessione: alcuni giornali e telegiornali hanno trattato i sopravvissuti da eroi, ma eroi mi sembrano soprattutto gli sherpa, che rischiano e perdono la vita per vivere loro e i loro figli e spesso per salvare quella dei loro clienti.
A.M.
Da “A come Avventura” : La Montagna
La montagna è un altro luogo mistico e assoluto, capace anch’essa di far emergere la nostra fragilità di fronte a una natura che è l’espressione pura del concetto romantico di “sublime”, un misto di meraviglia e soggezione davanti a un paesaggio grandioso e potente. Fin dall’antichità e a tutte le latitudini, la montagna è stata considerata un luogo sacro e un simbolo della trascendenza in quanto punto di unione fra cielo e terra, dall’Olimpo degli antichi Greci, al Monte Sinai, al leggendario Monte Meru che per induisti e buddisti segna il centro dell’Universo. Molti popoli continuano ancora oggi a venerare le montagne e ne consacrano cime e valichi con bandiere di preghiera o cumuli di pietre. Per i monaci giapponesi Yamabushi le montagne sono strumento di purificazione. Il Monte Kailash è sacro a buddisti, induisti, giainisti e seguaci dell’antico culto sciamanico bön. Gli sherpa credono che sulla cima del Chomolungma ─ quello da noi chiamato Everest ─ viva una dea e gli induisti continuano a risalire in pellegrinaggio le pendici dell’Himalaya verso le sacre sorgenti del Gange. Gli aborigeni australiani invitano a non scalare Uluru, ─ da noi conosciuto come Ayers Rock ─ per non disturbare gli antenati creatori che lì riposano. Gli eredi degli Inca venerano le cime come achachilas, luoghi sacri dove vive lo spirito di un antenato protettore. E l’elenco potrebbe continuare.
Diversa è la passione degli occidentali per le montagne: un misto di coraggio e presunzione, gusto della sfida, piacere della conquista e desiderio di wilderness. Furono considerate per secoli luoghi privi di qualsiasi attrattiva fino a quando nel 1786 venne per la prima volta raggiunta la cima del Monte Bianco. Da allora c’è stata una corsa alla conquista delle vette, prima delle Alpi e poi delle altre grandi catene del pianeta, per stabilire sempre nuovi record e oggi non ci sono più alte cime inviolate. Quando non è ridotta a una semplice esperienza alpinistica in cui dar prova delle proprie abilità, la montagna si trasforma in una scuola di valori fondamentali, in un’esperienza capace di regalare grandi emozioni e di farci tornare a valle rinsaldati nel corpo e nello spirito. In fondo, scalare una montagna è il nostro modo per cercare non solo di possederla, ma anche di amarla e di percepire il divino che vi è racchiuso. Chiede però umiltà, rispetto e preparazione, se non vogliamo pagare un caro prezzo anche per una minima leggerezza, perché nel silenzio e nella grandiosità dei paesaggi d’alta quota siamo semplici ospiti senza biglietto d’invito.


caro Mario è vero. Dobbiamo fermarci, L’epoca delle conquiste e anche delle scoperte è finita. Parlo per gli alpinisti ma anche i viaggiatori. Inutile continuare a rincorrere record. Prima, prima senza ossigeno, poi in invernale, in solitaria, per la via più difficile, due cime in 48 ore poi tre… Poi, inevitabile, la montagna chiede il conto. Lo stesso dicasi per il viaggio. Inutile fingersi di aver fatto la scoperta del secolo. Da questo punto di vista mi era piaciuto leggere il libro di Osborne “Il turista nudo” (ci ho scritto una recensione, la troci in L come Letture). Lui, bravissimo scrittore, è anche furbo. Si finge di essere l’ultimo a scoprire l’ultimo pezzo di mondo com’era. Smettiamola, fermiamoci, cerchiamo di uscire dai vecchi schemi. Terzani si era rifugiato in Himalaya e le montagne si accontentava di guardarle. Ma forse era più capace di ascoltarle di tanti che partono alla loro conquista. Qualche post fa, il 28 luglio, ricordando l’anniversario della sua morte, avevo trascritto le sue parole: “Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero. Facciamo lo stesso”.
Anna
Sì, e poi giornali ci sparano addosso se, come viaggiatori, incorriamo in qualche problema, dicendoci che lì era consigliabile non andare… ma oggi sono rari i luoghi dove si è al sicuro dai rischi.
A me anche la montagna sembra tutto un business.Come per il calcio, le olimpiadi e lo sport in genere. Se ne è perso lo spirito. Inutile poi stupirsi se un ragazzo si dopa, la tentazione di vincere e guadagnare un sacco di soldi con le sponsorizzazioni gli fa correre il rischio. Anche dietro alla conquista delle vette ci sono grosse cifre pagate ai governi per i permessi, e ci sono sponsorizzazioni. E materiali che poi vengono da molte spedizioni lasciati sul posto inquinando anche quei luoghi bellissimi. Lo so, lo stesso succede nell’Akakus con i viaggiatori che fanno i bivacchi e poi lasciano i rifiuti. Forse dovremmo tutti fermarci e riflettere. E cercare di consumare meno l’ambiente e di goderlo di più. Ciao, Mario